news 29.06.2015

A fine giugno l'artigianato torna protagonista nel centro storico della città di Feltre

Dal 25 al 29 giugno una rassegna per scoprire alcune delle eccellenze del territorio bellunese

È ormai alla sua 29° edizione la Mostra dell'artigianato artistico e tradizionale della storica città di Feltre, alle porte del Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Come ogni anno, tra il 25 e il 29 giugno gli splendidi palazzi affrescati, le stradine lastricate, i cortili e gli androni del centro ospiteranno sapienze e prodotti da tutta Italia, oltre a mostre, convegni, rievocazioni storiche, eventi vari.

Per il primo anno da quando venne fondata, nell'86, la Mostra ospiterà anche l'eccellenza dell'occhiale – che tanto racconta della recente storia economica del territorio bellunese: sette diverse realtà made in Italy presenteranno a Feltre i loro prodotti.

Per il resto, business as usual: nel corso del lungo weekend gli artisti artigiani del legno e del ferro si cimenteranno nel 5° simposio di scultura del legno e nel concorso di forgiatura, mentre curiosi, appassionati e turisti (ri)scopriranno gli angoli più suggestivi della Feltre cinquecentesca e i prodotti del tanto decantato saper fare italiano.

Protagonisti assoluti della Mostra, da sempre, sono il legno e il ferro, le cui filiere hanno rappresentato per secoli l'asse portante dell'economia delle vallate bellunesi. La Mostra dell'artigianato può essere l'occasione perfetta per lasciarsi guidare tra torrenti, montagne e boschi lungo le vie del legno e del ferro.

Senza muoversi da Feltre, in pieno centro città c'è la Galleria d'arte moderna Carlo Rizzarda: intitolata al maestro del ferro battuto, che nacque proprio qui, conserva più di 400 manufatti dell'artista feltrino e altri, da Picasso a Chagall, da Schiele a Casorati. A Feltre e dintorni capita di imbattersi in opere del Rizzarda, che spuntano quasi a sorpresa di fronte a una villa, o dentro un antico palazzo.

Il ferro arrivava a valle dal Primiero, dall'Agordino, dallo Zoldano, dal Cadore: delle miniere del Fursil, a Colle Santa Lucia, si ha notizia fin dal XII secolo. Le fucine di Dont, sopra Zoldo Alto, sono documentate fin dagli inizi del XIV secolo.

Oggi della storia industriosa dell'estrazione e della lavorazione del ferro rimane poco, ma la toponomastica non dimentica, e lo zoldano è tutto un tenersi di Forno e Fusine, e bisogna immaginarsi la gola del torrente Maè rumorosa di lavorìo urla e colpi di martello. La racconta bene Sebastiano Vassalli nel suo “Marco e Mattio”: per chi avesse cura di leggere il libro prima della vacanza, la visita a Zoldo avrebbe tutto un altro sapore.

In centro a Forno c'è il museo del chiodo – quelli zoldani si vendevano ovunque, così come le spade che con il ferro delle montagne venivano forgiate a valle, negli opifici lungo i torrenti bellunesi e feltrini. La Repubblica di Venezia e i maggiori eserciti europei combattevano con le spade prodotte qui ai piedi delle Dolomiti: e si parla di grossi numeri, decine di migliaia di elementi all'anno.

A Belluno, lungo l'Ardo, c'è una passeggiata che risale l'ultimo tratto del torrente, una volta centro propulsore dell'economia artigiana cittadina, con i suoi opifici idraulici, i mulini, i folli per lana… A breve l'ex officina Orzes, da poco restaurata – la vedete, è la casetta con la ruota di legno al fianco – diventerà il museo delle spade della Valbelluna.

Anche quella del legno è una storia secolare, che ha plasmato il territorio e legato a sé intere generazioni. Il Piave – che prima di cominciare a mormorare, durante la Prima Guerra Mondiale, era piuttosto la Piave – e tutti i principali torrenti erano navigabili: delle vere e proprie vie d'acqua, lungo le quali scendevano in zattere uomini e merci, giù giù fino alla laguna, ai mercati ricchissimi della Repubblica di Venezia.

I tronchi dei boschi del Comelico, del Cadore, dell'Alpago  – meravigliose, ancora, e da visitare, la foresta di Somadida e quella del Cansiglio – scendevano lungo torrenti rabbiosi fino ai primi porti, dove venivano smistati e inviati alle varie segherie che da un certo punto in giù fiorivano lungo le rive dei fiumi. Per dire: la famiglia di Tiziano, e parliamo di Tiziano Vecellio, il maestro del colore – la sua casa natale c'è ancora, e si può visitare, a Pieve di Cadore – aveva fatto fortuna con le segherie.

A Perarolo di Cadore il cidolo, una specie di enorme rastrello, frenava la corsa dei tronchi che da qui diventavano zattere e cominciavano il viaggio avventuroso verso Venezia. Il cidolo non c'è più, ma c'è Perarolo, con la sua chiesa a metà, la villa stravagante della regina Margherita e i resti gloriosi di un passato ricco che non c'è più – Sergio Leone ci farebbe un film qui, probabilmente. A Castellavazzo, poco più a valle, vale la pena visitare il Museo degli zattieri del Piave, che racconta storia e storie della fluitazione – le zattere sono state utilizzate fino all'avvento della ferrovia, agli inizi del Novecento.