evento 20.09.2015

Villa Patt di Sedico - Mostra "Il fronte veneto della Grande guerra. Cento anni, cento immagini

Dal  20 settembre al 20 dicembre, la prestigiosa cornice di Villa Patt a Sedico ospiterà una grande mostra fotografica dedicata al fronte veneto della Grande Guerra

In esposizione 100 immagini di grande formato, simbolicamente una per ogni anno che ci separa da quel fatidico 24 maggio 1915 in cui l'Italia entrò in guerra schierandosi contro l'Impero Asburgico.
Tra le sale il visitatore vedrà scorrere le immagini degli altipiani vicentini, dove il fronte fu attivo dal primo all'ultimo giorno di guerra, delle Dolomiti, dove la guerra si svolse in condizioni al limite delle possibilità umane, ed infine della linea del Piave, Montello, Monte Grappa, baluardo di difesa e contrattacco finale nell'ultimo anno di guerra.
Soggetti principali sono i soldati, ripresi nelle lunghe marce di avvicinamento e nella vita quotiana in prima linea, o in attesa dell'attacco. Ma non solo: alla retorica delle immagini che mostrano la potenza delle artiglierie si contrappongono gli sguardi dei bambini profughi, dei prigionieri, dei soldati intenti a scrivere a casa in un momento di tregua.
Una descrizione del conflitto in tutti i suoi aspetti, dalla propaganda alla drammatica realtà dei fatti.
La mostra, è di proprietà del Consiglio regionale del Veneto e viene ospitata a Villa Patt grazie alla collaborazione tra la Provincia di Belluno, il Comune e la Proloco di Sedico con il patrocinio dell'Associazione Nazionale Alpini e con il sostegno di Reteventi. Nell'ambito delle iniziative collegate all'esposizione, la Proloco di Sedico, in collaborazione con l'Associazione culturale il Margine, offre la possibilità di visite guidate alla mostra e al museo del 7° Alpini per scuole e gruppi.
La mostra è aperta dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00, sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.00. L'ingresso è gratuito. Informazioni: tel. 0437 83666
IL FRONTE VENETO DELLA GRANDE GUERRA: qualche notizia in più

ALTIPIANI VICENTINI
Questo contesto geograficamente omogeneo fu l’unico dell’intera fronte a subire costantemente e ininterrottamente per tutti i quarantuno mesi del conflitto le sorti di uno stato di belligeranza culminati con la grandiosa “Offensiva di Primavera” meglio nota con il nome di Strafexpedition, scatenata dagli austroungarici nel maggio del 1916, sulle Prealpi vicentine fra il corso dell’Adige a occidente e quello del Brenta a levante.
Si trattò probabilmente della più grande battaglia che si sia mai combattuta in montagna e del tentativo militarmente più importante, se si prescinde dalla disperata offensiva del 1918, compiuto dall’Impero Asburgico di stroncare definitivamente l’Esercito Italiano.
Le cause storico-militari sono di fondamentale importanza per la comprensione di questo straordinario avvenimento che nel momento della sua massima ampiezza, cioè nei primi dieci giorni del giugno 1916, vide fronteggiarsi qualcosa come 400.000 austroungarici schierati innanzi a 600.000 italiani: la quasi incredibile realtà di un milione di uomini, con relativi animali e mezzi, su un territorio pressoché privo di ogni risorsa per la quotidiana alimentazione.

DOLOMITI
La Grande Guerra fu un conflitto che per la prima volta vide trasformate in campi di battaglia le crode dolomitiche dove per due anni e mezzo, montagne già allora celebrate per bellezza naturale e storia alpinistica come la Marmolada, il Lagazuoi, il Cristallo, le Tofane, le Tre Cime di Lavaredo, Cima Undici, la Croda Rossa di Sesto… divennero protagoniste di una straordinaria vicenda bellica che non trova paragoni nell’intera fronte europea. Qui, diversamente dalla trincea, si uccidevano nella bellezza assoluta della montagna, nella vertigine delle Dolomiti, sui deserti degli altipiani e nel gelo dei ghiacciai. Combattevano per pezzi di roccia così impervi che talvolta le valanghe si portavano via i vincitori. Era la guerra più assurda nei posti più incantati.
Dal 24 maggio 1915 al 3 novembre 1917, data del ripiegamento in conseguenza della rotta di Caporetto, le nevi eterne nella grandiosità delle rocce e dei ghiacciai fin oltre i 3.300 m, conobbero la guerra nei suoi aspetti più tragici.
Alpini e Kaiserjäger, bersaglieri e Landesschützen, fanti e Standschützen, tutti protagonisti della cosiddetta “guerra bianca”, si fronteggiarono con fortune alterne e un nemico comune: la neve e il gelo; la montagna stessa.
Quei combattimenti tra piccoli uomini sperduti fra cielo e terra avrebbero costituito un caso unico nella storia europea e, anche se si fece ricorso a tutti gli strumenti della tecnica moderna, si trattò sempre di una lotta primordiale dell’uomo contro l’uomo, nella quale si intrecciavano le implacabili forze della natura. E’ stato calcolato che sul fronte di montagna due terzi dei morti tra il 1915 e il 1918 siano stati causati dagli elementi.
Circa 60.000 uomini (tra italiani e austriaci) furono uccisi dalle valanghe e dalle frane; a questi vanno aggiunti i 40.000 deceduti per assideramento, spossatezza e malattie dovute al freddo; altri 50.000 infine, perirono per i combattimenti fino a raggiungere così la spaventosa cifra di almeno 150.000 soldati morti in montagna.

PIAVE GRAPPA MONTELLO
Furono probabilmente le battaglie più sanguinose dell’intero conflitto. Nel corso di quelle che il Gen. Caviglia chiamò le “tre battaglie del Piave”, ma che videro protagonista non meno tragico il monte Grappa e meritarono ai dolci declivi del Montello il soprannome di “Carso verde” vennero impiegati tutti i mezzi tecnici che il progresso tecnologico aveva escogitato in quattro lunghi anni di guerra. Dall’uso dei gas più micidiali ed invalidanti, all’impiego in tutte le sue forme dell’arma aerea (dall’osservazione, al bombardamento tattico, fino al martellamento delle trincee con le mitragliatrici), dall’intervento, da ambo le parti, dei reparti d’assalto più agguerriti e determinati alla concentrazione di un numero impressionante di pezzi di artiglieria; praticamente nulla venne risparmiato ai combattenti di questo lungo tratto del fronte veneto.
In quei giorni drammatici quello che si chiedeva a dei soldati, che spesso vedevano i colpi dell’artiglieria centrare le loro stesse case, era di resistere senza alcun rinforzo, e per qualche settimana, ai vincitori di Plezzo e Tolmino. Vincitori certo provati da due settimane di avanzata, con poche ore di riposo strappate alle esigenze di un veloce inseguimento. Vincitori che si autoalimentavano contando su ciò che era stato possibile sottrarre ai magazzini italiani, abbandonati nel corso della ritirata e sfuggiti alla distruzione, e non di rado sostenendo l’ulteriore sforzo bellico con i bottini delle case saccheggiate.
Sul monte Grappa e sul fiume Piave dunque, da un lato come dall’altro del fronte, non c’è stato soltanto il combattere e il morire, come era successo già da anni nelle tante battaglie di quella guerra, ma il giocare una partita che tutti avvertivano sarebbe stata quella decisiva.

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